LA CIMA DEL DIAVOLO

                                                                                                                                                I Ragazzi della II^D

 

 

 

 

 

 

 

 

Una buia mattina piovosa d'inverno, i ragazzi di una scuola media stavano leggendo un racconto del terrore, quando saltò la corrente e la classe piombò nell'oscurità. Si udì un brusio concitato. Fuori, il vento continuava a ululare e la pioggia a sbattere freneticamente sui vetri.
All'improvviso, il bagliore di un fulmine illuminò l'interno dell'edificio, stampando un'espressione di sgomento sui visi dei ragazzi. La sagoma dell'insegnante si stagliò netta contro la vetrata alle sua spalle.
Il lampo si dissolse, facendo ripiombare la classe nel buio. Seguì il fragore di un tuono assordante che fece vibrare violentemente i vetri e sobbalzare tutti. I ragazzi gridarono, poi ammutolirono di colpo. Unico suono, percettibile nel silenzio, il battito dei cuori che rullavano all'unisono come tamburi impazziti.
La porta cigolò e si aprì, facendo apparire sulla soglia la figura della signora Giacomina.
La scuola era abbarbicata in cima ad una montagna, nota come la CIMA DEL DIAVOLO.
Giacomina fece il suo ingresso, tenendo tra le mani una torcia elettrica, che illuminò col suo fascio di luce i visi spaventati dei ragazzi, ma quando la puntò verso la cattedra, in cerca dell'insegnante, questa era scomparsa...

Mentre Giacomina si avvicinava alla cattedra, qualcosa scricchiolò sotto i suoi piedi. Istintivamente puntò il fascio di luce sul pavimento: frammenti di vetro erano sparsi tutt'intorno e una chiazza di sangue proseguiva in una scia, che svaniva oltre la finestra. Un frammento di stoffa era impigliato in uno spuntone di vetro. Giacomina riconobbe uno stralcio della giacca della professoressa Lanfranchi.
La bidella soffocò un urlo di terrore, strozzandolo  nella gola e, tentando di mantenere i nervi saldi, raccolse tutte le proprie forze, per allontanare i ragazzi dalla classe, senza informarli di quanto aveva scoperto, per evitare di seminare il panico...

La bidella uscì per ultima, lasciando la porta dell'aula socchiusa. Il gruppo, arrivato in palestra, incontrò le altre classi, precedentemente avvertite di radunarsi lì.
La donna zittì i ragazzi, cominciando a parlare con voce tremolante, ma forte: "Vi devo comunicare che siamo intrappolati nella scuola, a causa di una frana che ha intralciato la strada. Inoltre un fulmine ha colpito i fili del telefono. Quindi non ci resta che aspettare che il temporale finisca e che arrivino i soccorsi". Ad un certo punto, un ragazzo chiese di andare in bagno. Prese una candela per illuminare il lungo corridoio che portava ai servizi, ma la sua vera intenzione era quella di fuggire, per paura che gli succedesse qualcosa. Infatti, quando era in classe con i compagni, si era avvicinato alla cattedra e aveva notato una scia di sangue e aveva visto che la professoressa era scomparsa. Mentre rimuginava questi pensieri, si ritrovò già arrampicato sulla finestra, sul cui davanzale aveva appoggiato la candela. Una folata di vento spense la fiammella e il ragazzo si ritrovo immerso nell'oscurità.

La signora Giacomina, preoccupata dalla lunga assenza del ragazzo, si avviò verso i bagni, per accertarsi che andasse tutto bene.

Nel frattempo, la situazione in bagno precipitava degenerando in tragedia: Carlo si sentì afferrare per un polpaccio da un'entità sconosciuta, che lo trascinò all'istante verso terra. Il ragazzo rovinò sul pavimento, gridando, atterrito dalla paura. Avvertì il calore del fiato del suo carnefice percorrergli il corpo e capì che lo avrebbe colpito di nuovo. L'urlo giunse alle orecchie di Giacomina, che si precipitò di corsa in quella direzione. Arrivata davanti alla porta dei bagni, la trovò socchiusa, quindi l'aprì del tutto. Percepì l'odore dolciastro del sangue. Proiettò il fascio di luce intorno.
Con gli occhi sbarrati, rimase paralizzata davanti all'orripilante spettacolo: il ragazzo era accasciato a terra in un lago di sangue. La bidella notò diverse ferite profonde in vari punti del corpo. Alzando lo sguardo, vide la finestra del bagno dondolare cigolando. Spaventata, si trascinò verso la palestra e, appena entrata, svenne. Poco dopo, riprese conoscenza e si ritrovò circondata dai professori atterriti. Si alzò di scatto e farfugliò: "Il ragazzo... Il ragazzo...". E, senza aggiungere altro, condusse gli insegnanti sul luogo dell'accaduto.
"O mio Dio!" esclamò uno di loro, inorridito, mentre Giacomina allontanava il fascio di luce dal corpo straziato. Fu allora che si notarono sul muro alcune impronte sanguinanti, probabilmente della mano di Carlo.
Un insegnante, allora,  esclamò con voce decisa: "Dobbiamo restare uniti! Non possiamo rischiare di avere altre vittime!"
Dopo una piccola pausa, ripresero a parlare dell'accaduto e del possibile colpevole. Improvvisamente, la professoressa di matematica notò alcune macchie di sangue sul grembiule di Giacomina ed esclamò con voce sospettosa: "E queste macchie? Cosa sono? Macchie di sangue!"
Il professor Pieretti si intromise: "Come ha fatto a procurarsele? Non sarà...".
L'insegnante di matematica lo interruppe bruscamente: "Ma certo! E' ovvio che è stata lei! Era l'unica ad essersi allontanata dalla palestra!".
E la bidella rispose, tremando: "Ma state scherzando?!? Dopo tanti anni di fedele lavoro mi accusate di uccidere un ragazzo?!? Non lo farei mai!" Così dicendo, scoppiò in lacrime, vedendo i professori indietreggiare.
Un insegnante affermò: "Mi dispiace, siamo costretti ad isolarla." E, trascinandola con forza, la chiusero a chiave in un'aula. Intanto i professori tornarono in palestra e tranquillizzarono gli alunni, spiegando che il colpevole era stato trovato e chiuso in un'aula e che non c'era più niente di cui preoccuparsi.
Nello stesso momento Giacomina stava riflettendo su quello che era accaduto e si avvicinò alla finestra. Il suo cuore cessò di battere per qualche secondo, quando scorse, a terra, il corpo straziato della professoressa scomparsa. Nello stesso istante vide un'ombra muoversi tra i cespugli,  avanzare verso il cadavere e iniziare a sbranarlo: era un lupo. Atterrita, Giacomina rimase ferma per qualche minuto, poi si diresse, correndo, verso la porta. Incominciò a battere i pugni su di essa, gridando aiuto, ma invano: nessuno le rispose. Arresasi, si sedette. E fu in quel momento che la serratura scattò e la porta si aprì. Fecero il loro ingresso due ragazzini che dissero: "Noi lo sappiamo che non sei tu la colpevole, per questo ti aiuteremo a scappare". Uno dei due aggiunse: "Presto non dobbiamo farci vedere". La signora Giacomina sussurrò: "Ma come avete fatto ad aprire la porta?" E loro: "Siamo riusciti a rubare di nascosto le chiavi." E la bidella: "Grazie ragazzi, vi devo molto. So chi è il colpevole: è un lupo, spintosi fin qui dalla foresta! Ma non spaventatevi, se rimarremo uniti non ci succederà niente! Prima di tutto dobbiamo convincere i professori che non sono stata io."
"Ma come facciamo?" la interruppe uno dei ragazzi.
"L'unica soluzione possibile sarebbe quella di catturare il lupo. Dobbiamo pensare a un piano." concluse l'altro ragazzino.
"Mi è venuta un idea!" ...

Il resto della scuola, tranquillizzato, stava chiacchierando, quando i due ragazzi fecero il loro ingresso sulla scena, gridando: "Presto! Correte tutti! Giacomina è riuscita ad uscire dall'aula e  ha minacciato di ucciderci!"
Il professor Pieretti, preoccupato, domandò: "Dove si trova in questo momento?".
" E' in 3a, venite a prenderla!"
Così i professori si precipitarono nel luogo indicato.  Li seguì uno dei ragazzi, mentre l'altro, rimasto indietro, chiuse a chiave tutti in palestra. I professori, arrivati all'aula, non vedendo nessuno, si chiesero dove fosse finita. Intanto la signora Giacomina aveva trasportato il corpo di Carlo in un'aula, come esca per il lupo. Quindi, raggiunta dai ragazzi, si nascosero per non farsi vedere. Poco dopo, il lupo, attirato dall'odore del sangue, entrò nella stanza e si avventò sul cadavere. Velocemente, i tre chiusero la porta a chiave, intrappolando finalmente l'assassino: erano salvi!

I presenti si scusarono e si complimentarono con la coraggiosa Giacomina che era ancora un po' scossa.
Qualche ora dopo, il temporale cessò e la scuola venne raggiunta dai soccorsi e i ragazzi, portati in salvo, poterono finalmente riabbracciare i genitori.
Giacomina si avvicinò ai genitori di Carlo, per manifestare loro il proprio cordoglio. Qualche minuto dopo, arrivò la guardia forestale, che portò via la belva assassina.
Giacomina si avvicinò ai professori e disse: "Beh, dopo questa avventura ho bisogno di riposarmi un po'. Penso proprio di meritarmi una bella vacanza!". E, salutando tutti, fece ritorno a casa.

Qualche mese dopo, arrivò alla scuola una nuova bidella con una faccia un po' strana ...