Giornata del ricordo
a cura di Andrea e David
10 febbraio
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| Il recupero di cadaveri da una foiba (Ansa) |
10 febbraio 1947: nel giorno dei Trattati di Parigi l'Italia, uscita sconfitta dal conflitto mondiale, oltre a restituire tutti i territori occupati dalle sue truppe nel corso della guerra si impegnava a cedere alla Jugoslavia la città di Fiume, il territorio di Zara, le isole Pelagosa e Lagosta, parte dell'Istria, del Carso triestino e goriziano e dell'alta valle dell'Isonzo. Gli italiani furono costretti a lasciare le loro case. E in molti lasciarono anche il ricordo di quanti non c'erano più, vittime dell'odio etnico e in molti casi uccisi dai partigiani di Tito nel modo forse più spietato: l'abbandono nelle foibe, profonde fratture carsiche dove un numero ancora imprecisato di italiani e di oppositori ai comunisti yugoslavi ha trovato la morte dopo un volo di centinaia di metri e una lunga agonia tra atroci sofferenze. Per questo motivo il 10 febbraio è diventato il «giorno del ricordo» e oggi le massime autorità italiane, a partire dal capo dello Stato, hanno voluto commemorare i caduti e i profughi di quei giorni.
Massacri delle foibe
Con "massacri
delle foibe" o, più comunemente, foibe si intendono gli eccidi
perpetrati ai danni di migliaia di cittadini italiani per
motivi etnici e politici alla fine e durante la seconda guerra mondiale in
Venezia Giulia e Dalmazia. Tali eccidi furono per lo più compiuti
dall'Armata popolare di liberazione della Iugoslavia, fiancheggiata dall'OZNA e
dagli stessi partigiani italiani. Negli eccidi furono
coinvolti prevalentemente cittadini italiani di etnia italiana e in misura
minore e con diverse motivazioni, anche cittadini italiani di
nazionalità slovena e croata.
Il nome deriva dagli inghiottitoi di natura carsica dove furono gettati e, successivamente, rinvenuti i cadaveri di centinaia vittime e che localmente sono chiamati "foibe". Per estensione i termini "foibe" e il neologismo "infoibare" sono in seguito diventati sinonimi degli eccidi, che furono in realtà perpetrati con diverse modalità.
Nonostante la ricerca accademica abbia ormai ampiamente chiarito gli avvenimenti, nell'opinione pubblica italiana il tema delle foibe continua a generare polemiche, incentrate sulle responsabilità che fascismo e comunismo hanno avuto nella vicenda.
Foiba
La
foiba è un tipo di inghiottitoio naturale dalle elevate dimensioni.
Il termine deriva dal latino fovea (fossa,
cava). Si tratta
effettivamente di voragini scavate per erosione idrica che assumono la
forma di un imbuto
rovesciato e possono raggiungere la profondità di 200
metri.
Geologicamente la foiba è riconducibile alla tipologia delle doline carsiche
comuni nella regione del Carso, regione condivisa da Italia, Slovenia e
Croazia. Se ne contano anche circa 1700 in Istria.
La formazione della foiba è dovuta alla conformazione geologica del terreno, prevalentemente composto da rocce ad alto contenuto di carbonato di calcio che, per mezzo di agenti atmosferici, quali la pioggia e corsi d'acqua sotterranei, permettono la fusione di doline che, ingrandendosi e fondendosi insieme, vanno a creare la voragine. Il termine può riferirsi anche a un profondo abisso a livello di un fiume nel luogo in cui si immette nel suo percorso sotterraneo.
Il termine è stato usato per la prima volta in una relazione ufficiale nell'anno 1770 dal naturalista italiano Alberto Fortis che ha scritto una serie di libri sul carso della Dalmazia.
Questo nome, in particolare in Italia, è comunemente associato a uccisioni di massa perpetrati da partigiani comunisti iugoslavi del maresciallo Tito durante e subito dopo la seconda guerra mondiale contro gli italiani ex fascisti o semplicemente democratici o anticomunisti, che venivano percepiti come nemici.
Esodo dall'Istria
Con la definizione esodo istriano o esodo giuliano-dalmata la storiografia intende quell'importante fenomeno di diaspora che si verificò al termine della seconda guerra mondiale dall'Istria, dal Quarnaro e dalla Dalmazia da parte della maggioranza dei cittadini di lingua italiana e di coloro che diffidavano del nuovo governo iugoslavo, in seguito all'occupazione di tali regioni da parte dell'Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia del Maresciallo Josip Broz Tito.
La
dislocazione dei profughi in Italia vide su una massa provvisoria di circa
150.000 individui, sistemarsi ben 136.116 nel Centro-Nord
e solo 11.175 persone nel Sud e nelle isole. Risulta evidente come il più
industrializzato Nord poté assorbire il maggior numero di esuli quindi 11.157 si
fermarono in Lombardia, 12.624 in Piemonte, 18.174 nel Veneto e 65.942 nel
Friuli-Venezia Giulia. Appare chiaro da queste cifre che i profughi scelsero i
nuovi territori di residenza sia per ragioni economiche sia per ragioni di
costume e di dialetto, ma molti non si allontanarono dal confine per ragioni
sentimentali e forse sperando in un prossimo ritorno che mai avvenne. Un altro
dato interessante scaturì da uno studio riguardante circa 85.000 profughi, da
cui si deduce che oltre 1/3 scelsero di ricostruirsi una vita nelle grandi città
(Trieste, Roma, Genova, Venezia, Napoli, Firenze,ecc.). Opera Profughi,
tuttavia, non mancò di appoggiare le comunità che elessero loro domicilio le
province meridionali d'Italia. L'esperimento più rilevante si ebbe in Sardegna,
nelle località di Fertilia, dove trovarono sistemazione oltre 600 profughi. Il
programma alloggiativo dell'Opera Profughi ebbe maggior sviluppo in quelle
località dove risultava più consistente l'affluenza dei profughi, come Pescara,
Taranto, Sassari, Catania, Messina, Napoli, Brindisi. Gli sforzi dell'ente si
concentrarono verso quelle zone che permettevano una
reintegrazione
più completa possibile del profugo e dove era più gradito il domicilio sia per
ragioni economiche sia per ragioni sentimentali e umane. I programmi edilizi più
importanti sul territorio nazionale italiano furono varati a Roma (Villaggio
Giuliano-Dalmata), Trieste, Brescia, Milano, Torino, Varese e Venezia. A Venezia
il programma abitativo dell'Opera arrivò a realizzare circa duemila
appartamenti, a Trieste oltre tremila e in provincia di Modena fu realizzato un
organizzato Villaggio San Marco a Fossoli di Carpi per accogliere
soprattutto i profughi dalla zona B dell'Istria. L'Opera si prodigò molto
nell'assistenza degli anziani e soprattutto dei fanciulli appartenenti a
famiglie disagiate istituendo diversi istituti scolastici e organizzando
soggiorni estivi. Nel caso del collocamento al lavoro l'Opera, dal 1960 al 1964,
aveva potuto provvedere alla sistemazione di ben 34.531 disoccupati. Il
contributo più grande a questo collocamento fu comunque dato dalle grandi
industrie del nord e dalle aziende parastatali comprese nel famoso triangolo
industriale tra Torino, Milano e Genova. Considerando i dati e i risultati
ottenuti dall'Opera per l'Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati, si può
constatare che, a partire dai primi anni cinquanta, il problema dell'inserimento
sociale e lavorativo degli esuli giuliano-dalmati in Italia andò sempre
migliorando. Risulta altresì chiaro che la grande prova di civiltà e di spirito
di abnegazione dimostrato dal popolo dell'esodo, nonostante le sofferenze, le
violenze, i disagi e i torti subiti, resterà una pagina indelebile di storia.